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Un racconto di Antonio Fragapane I miei cari opposti di Antonio Fragapane - 26/06/2014

Ero appena arrivato. Saranno state più o meno le sei del pomeriggio ma ancora la luce del sole era calda e avvolgente, a tratti abbagliante, e faceva capolino tra le foglie dei ficus e gli spigoli della legnosa struttura del gazebo che conteneva il bar. Tutt’intorno, tra il via vai di gente che stava per riempire ogni spazio, vi erano colorate sedie con schienali che sembravano cellette di alveari, comodi divani, ambitissimi sin dalle prime ore di ogni serata e tavolini su cui non mancavano mai i posacenere. 
 
Avvicinandomi al bancone per ordinare una birra che speravo potesse essere la più fresca possibile, tra i rami di una palma che in controluce sembravano un fascio di pulitissime lische di pesce, filtrava luminosa la sfera decrescente del sole che intagliava allo stesso tempo l’aspro profilo a cuneo di Guastanella e le due morbide gobbe del Monte Comune. 
 
La solita storia dei due opposti che coesistono in Sicilia, pensai, e non potei far altro che constatarne la verità. E quel luogo lo dimostrava ancora di più, tra amici coi quali ero già in piena conversazione e ragazzi che sapevo chi fossero solamente perché miei compaesani ma che, anche se accanto a me al bancone e con una birra uguale alla mia in mano, sconoscevo. Va bene che in paese siamo in pochi, ma mica qui tutti parlano con tutti, proprio no, anzi. 
 
La discussione nel lato del bancone dov’ero stava approfondendo il modo con cui avremmo dovuto organizzare l’indomani la gestione dell’annuale sagra della miscateddra. C’era da scegliere i migliori gazebi che avevamo a disposizione, la loro collocazione sulla via principale del paese, la logistica per le luci e per come servire al meglio i prodotti tipici a chi si fosse presentato alla cassa. Insomma, la solita routine, che da anni caratterizza le estati dell’associazione di cui tutti in quell’angolo del bar facevamo orgogliosamente parte. 
 
Ci trovavamo al centro della villetta comunale, luogo un tempo destinato all’oblio e all’incuria, ma che un illuminato sindaco tra gli anni sessanta e settanta volle recuperare per poter restituire ai sabettesi uno dei pochi spazi pubblici da utilizzare. E per riconoscenza in seguito avrebbero voluto pure dedicargliela, ma poi non se ne fece più niente. Per anni esistente ma praticamente abbandonata, solo di recente era stata fornita di alcuni giochi per i bambini e di un bel gazebo in legno per permettere agli anziani, che lì spesso si ritrovano, di poter meglio conversare all’ombra, magari ricordando i bei tempi andati. 
 
Quindi bambini e anziani, ancora gli opposti che si incontrano e si incrociano in quest’angolo di mondo, anche se non era raro vedere lì ogni tanto gruppi di giovani, magari in pausa dai giochi estivi allora realizzati nel vicino oratorio parrocchiale. L’amico che mi stava accanto e col quale stavamo rivedendo i dettagli organizzativi per l’indomani aveva praticamente finito il suo pacchetto di sigarette e, accortosene, si allontanò velocemente per andare ad acquistarne un altro. 
 
Intanto dalla radio del locale, sintonizzata sulla stessa emittente che seguo da anni, risuonavano le note di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin ritmate dalla graffiante voce di Robert Plant. Ecco perché ascolto questa radio, pensai mentre la birra fredda, già finita, aveva lasciato spazio alle immancabili arachidi salate. Ma in quel momento mi distrasse un particolare: un distinto signore dai modi pacati venne al bancone e ordinò una bottiglia di rosso con cinque bicchieri. 
 
Mi colpì la sua precisa richiesta al barista, ovvero un nero d’Avola, viceversa, disse scherzosamente, i cinque avrebbero cercato un altro bar dove sedersi e consumare allegramente i loro brindisi. Ma gli andò bene, prese la bottiglia che aveva un’etichetta che dal sorriso parve riconoscere subito e si diresse al suo tavolo. Lì, a pochi metri da dove noi eravamo in piedi, iniziarono subito a riempire i calici e a raccontare della Sabetta che fu. 
 
Due di loro erano emigrati  in anni in cui in paese ancora non esistevano nemmeno le strade asfaltate e le case erano costituite dal classico catoio in cui vivevano insieme persone e animali e di cui noi delle ultime generazioni abbiamo da sempre sentito parlare. I bicchieri erano ancora semi pieni e i loro ricordi andarono al periodo in cui in queste stesse case non c’era praticamente traccia di monete o banconote ma i sabettesi riuscivano più o meno serenamente a vivere lo stesso praticando un minuzioso e scientifico baratto: moneta di scambio, raccontavano, era il grano che si custodiva gelosamente nelle case, manco fosse oro. 
 
Uno di loro raccontava che all’epoca viveva in una casa che aveva addirittura una camera d’aria all’interno del muro principale e più grande, dove il grano veniva nascosto agli occhi indiscreti di vicini e parenti un po’ troppo curiosi o, peggio, invidiosi. Noi al bancone eravamo rapiti da quei racconti e non ci accorgemmo che non stavamo consumando più niente, quindi ci spostammo per dare la possibilità agli altri clienti di poter ordinare senza problemi. 
La luce era sempre più tenue ma riusciva ancora a riscaldare. 
 
L’aria agostana rendeva tutto piacevole. Non si sentivano clacson e i rumori assordanti degli scooter truccati che sfrecciavano sulla strada variante che aveva preso il posto dell’antica fiumara erano lontani. Allontanandoci dal bancone ci rendemmo però conto che il locale si era riempito, i tavoli erano infatti tutti occupati, tra intere comitive familiari che festeggiavano non si capiva bene cosa, tanta era l’allegria, e gruppi di ragazzi che scottati dal sole, in costume e con le magliette ancora bagnate rientravano dal mare. 
 
Mi accorsi che la radio stava trasmettendo la cover che Johnny Cash fece della celebre Personal Jesus dei Depeche Mode, la voce quasi baritonale, il ritmo lento delle parole che erano scandite con precisione rendevano la canzone quasi irriconoscibile rispetto all’originale. Ma un tavolo, o meglio una tavolata, richiamò la mia attenzione. Erano almeno in quindici, adulti e bambini, e la cosa che mi colpì furono i colori della comitiva. Alcuni erano biondi, di un biondo scandinavo, dalla pelle quasi trasparente e dagli occhi di ghiaccio e altri erano chiaramente molto abbronzati, dai capelli corvino e dagli occhi scuri. 
 
Ancora gli opposti, e il tutto stava diventando quasi il filo conduttore di quel pomeriggio. Erano tutti intenti a giocare, parlare e ridere. Chi mangiava un gelato, chi sorseggiava una birra, chi addentava un panino, e tutti chiassosi. Feci notare a un amico che era lì con noi la divertente bicromia che c’era in quel tavolo e lui mi rispose che addirittura molti di quei bambini erano primi cugini e gli adulti erano quasi tutti cognati. 
 
Quel tavolo formava quasi una strana bandiera ondulante, tanto chi vi era seduto non stava fermo un attimo, e notai che proprio lì accanto ma in un altro tavolo, ignaro della situazione e tranquillamente seduto a sorseggiare un mojito, c’era un altro mio amico che, occhiali in testa, da quella posizione ne sembrava proprio il tifoso agitatore. Peccato che se se ne fosse accorto, ma da dove si trovava non avrebbe potuto, avrebbe come minimo cambiato espressione e si sarebbe spostato da lì il più lontano possibile, ancora memore di una finale europea vissuta di persona e vinta dalla sua squadra dopo non si sa quanti anni. E quindi anche lì ritrovai i miei ormai cari opposti. 
 
Sorrisi mentre eccola, la voce inconfondibile di Eddie Vedder dei Pearl Jam che suonava e intonava la struggente Guaranteed. Pensai al fatto che se grazie a una serie di fortunati eventi Vedder non fosse stato segnalato ai membri della band, una delle voci più profonde della storia del rock sarebbe rimasta probabilmente solo quella sconosciuta di un anonimo surfista di San Diego. Invano, mi guardai intorno con la speranza di poter intravedere l’amico esperto di musica col quale commentare, come sempre alla nostra maniera, quella sequenza di brani che l’emittente ci stava regalando. 
 
Non trovai l’amico musicologo ma ne intravidi un altro che mi fece cenno di raggiungerlo per bere qualcosa insieme. Era seduto con alcuni suoi cugini che lo coccolano ogni qualvolta ritorni in paese dopo esserne stato assente per oltre trent’anni, anni che lo hanno però talmente unito alla sua terra di Sicilia da non poterne ora più fare a meno. 
 
Stupisce quanto una prolungata lontananza possa legare così intensamente una persona a un luogo, soprattutto se contrapposta alla costante presenza di chi non ci penserebbe un attimo a fare immediatamente le valigie e andarsene. Ma tant’è, mi stavo sempre più convincendo che sono i contrasti fra gli opposti a rendere l’esistenza di ognuno di noi un intricato, ma intrigante, sentiero da percorrere. Decisi di avvicinarmi al gruppo, anche perché gli amici con i quali fino ad allora era stato, a causa di loro impegni, avevano deciso di andarsene. 
 
Mi unii al gruppo dei cugini e ordinai anch’io quello che loro avevano preso poco prima, un bel bicchiere d’inzolia ghiacciata. Notai subito che tutt’intorno c’erano alcuni tavoli dove molti ragazzi commentavano elettrizzati e ad alta voce quello che era stato senza dubbio, almeno per loro, l’evento dell’estate. 

Più di cinquecento persone la sera precedente avevano infatti invaso quello spazio a ritmo di musica sparata da casse alte come una persona e tra la schiuma spruzzata da apposite macchine. Io, come tutti, avevo visto le foto dello schiuma party e in effetti, dal loro entusiasmo, avevo capito che era stato un delirio totale. 
 
Ma ecco dagli altoparlanti anche loro, gli Alter Bridge, che diffondevano le note acustiche di Watch over you registrate, come poco prima aveva annunciato il dj, in un riuscitissimo live ad Amsterdam. Atmosfera e pubblico osannante erano in effetti un’ottima ricetta per riempire gli stadi di tutto il mondo o i locali estivi a ogni latitudine. 
 
Al tavolo dei cugini finimmo col parlare di un progetto che avevamo in mente da tempo e che ci sarebbe piaciuto portare avanti, con cui si voleva raccontare la storia e le emozioni che ispiravano le serenate notturne “portate” alle future spose o agli sposi.  A quel tavolo infatti erano riuniti alcuni tra i maestri sabettesi dell’arte della serenata, i quali accompagnandosi con chitarre, mandolino e grandi voci riuscivano sempre a rendere speciale l’atmosfera di serate, che spesso diventavano poi mattinate, a volte emotivamente difficili e impegnative, soprattutto per chi stava accingendosi a compiere il grande passo, o lo aveva appena fatto. 
 
Ci eravamo prefissati l’intento di salvare un, almeno a nostro parere, grande e importante patrimonio orale della nostra cultura popolare per evitare che si disperdesse nel non ricordo degli anni a venire. E a riprova di ciò al tavolo ci fu anche chi accennò, cantandola, qualche strofa storica. In quel particolare momento mi accorsi che le nostre ombre erano sempre più lunghe e girandomi feci notare agli altri lo spettacolo che avevamo di fronte a noi. 
 
Il sole era ormai diventato una biglia incandescente, in controluce si riusciva addirittura a intravederne i raggi luminosi, e si stava lentamente tuffando dietro la cima di una delle vette più misteriose di Sicilia, dove una fortezza possente ma silenziosa da più di mille anni sorveglia questi nostri luoghi. Stregati da tutto ciò non potemmo far altro che brindare, incantati, al solenne momento.
 

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