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Un tuffo nel XIII secolo Rapimento e prigionia di Ursone, vescovo di Agrigento, nel castello di monte Guastanella di Antonio Fragapane - 24/03/2014

Questa è una storia realmente accaduta in tempi lontani. Tempi in cui l’intero mondo - almeno quello sino ad allora noto - stava conoscendo una fase di contrasti e intrighi, ma allo stesso tempo si stavano schiudendo anni di rinascita in una terra da sempre al centro di interessi umani vigorosi e sanguigni. Siamo nella Sicilia del XIII secolo, esattamente nell’anno del signore 1220. Il luogo di cui si sta scrivendo è il monte Guastanella e i fatti che si stanno per narrare sono connessi, essendo in parte lì avvenuti, col castello che su Guastanella si ergeva. Qui, in una fortificazione che oggi ormai esiste solo nelle sue solide fondamenta, è stato tenuto prigioniero Ursone, vescovo di Agrigento.

Ma facciamo un passo indietro. L’anno 1130 rappresenta per la Sicilia la data dell’inizio ufficiale della dominazione normanna che nel contempo segna la fine del dominio arabo che qui durava dal IX secolo. Trecento anni che hanno rappresentato per l’isola del sole una fondamentale occasione di reale sviluppo. Tante città durante questo periodo furono costruite o rese più vivibili e sicure di quanto non lo fossero prima. Grazie alle numerose biblioteche aperte nell’isola ricominciarono a circolare le più importanti opere degli autori latini classici, le prime traduzioni in latino delle opere di Aristotele e di tanti altri autori classici greci. Ma non solo cultura, poiché gli arabi posero le basi per i grandi commerci che resero l’isola un’immensa area di scambio che vide la nascita di alcuni tra i più importanti mercati europei dell’epoca - alcuni dei quali ancora oggi esistenti - che indubbiamente hanno arricchito il patrimonio della nostra terra.

Dunque sicuramente un periodo florido e di rinascita, dopo secoli difficili e problematici. E vi è un’ulteriore e significativa circostanza che caratterizzò quell’epoca. I siciliani assoggettati al dominio musulmano non furono mai obbligati a rinnegare la loro fede o a convertirsi contro la loro volontà all’islam. Sembra quasi che da un lontano passato della storia isolana provenga un insegnamento per le attuali (e future) generazioni, historia magistra vitae: in Sicilia più di mille anni fa cristiani e musulmani convivevano tra loro pacificamente e integrandosi nel migliore modo possibile.

Ma con l’avvento di re Ruggero II ebbe inizio la dominazione normanna che costituì il Regnum Siciliae, all’inizio prospero ma che dopo qualche decennio evidenziò tutti i suoi limiti, causati da lotte dinastiche e fratricide. Nel giro di pochi anni la Sicilia normanna degenerò in un’anarchia totale che diede inizio a scontri sempre più duri e cruenti tra le popolazioni che allora abitavano l’isola. I saraceni furono perseguitati e costretti a riparare tra le montagne dell’entroterra. Dal canto loro, gli stessi saraceni colsero però ogni occasione per sferrare duri colpi ai dominanti normanni prima e a quelli svevi poi, sfruttando le particolari tecniche militari frutto della loro esperienza sul campo.

Ed è in un tale contesto storico che si inserisce la vicenda accennata all’inizio. Il vescovo Ursone durante la sua esperienza ecclesiastica a capo della chiesa agrigentina e prima del suo rapimento fu oggetto di duri attacchi politici, essendo stato allontanato dapprima dall’imperatore Enrico VI, in quanto ritenuto figlio del rivale Tancredi, in seguito perché non prestò giuramento a Guglielmo Capparono, allora Signore di Agrigento, e infine dai saraceni, che in lui videro l’autorità ideale contro cui indirizzare i loro attacchi. Fu a causa di questa instabilità della chiesa locale che la stessa fu privata dei suoi benefici e dei suoi possedimenti, culminando tutto con l’occupazione del campanile e del duomo agrigentino.

Ursone, subito dopo essere stato rapito, fu tenuto prigioniero nel castello che allora si ergeva sulla sommità del monte Guastanella, una fortezza dominante dall’alto un territorio che si estendeva dal casale di Rahal-faddal (il feudo di Raffadali), passando per il fondo detto “Cometa”, l’attuale paese di Santa Elisabetta, fino alle pendici della rocca di Sant’Angelo Muxaro. Le vallate in quel periodo furono attraversate da ondate di saccheggi e gli stessi uomini che prima si consideravano amici e alleati rapidamente cominciarono a combattersi gli uni contro gli altri. La prigionia dell’alto prelato cristiano si protrasse per quattordici lunghi mesi, terminando - dopo tante ed estenuanti trattative che videro protagonisti influenti uomini politici ed ecclesiastici del tempo - solo con il pagamento di una somma di cinquemila tarì d’oro versata a titolo di riscatto.

Fu così che si pose fine a un episodio della storia siciliana di particolare complessità, denso di conseguenze storiche e sociali ma anche monito sulla pericolosità della degenerazione che il potere politico-militare può in ogni momento subire. Cronaca di un’epoca remota e di echi di un passato che, a osservarlo meglio oggi, non sembra poi così tanto diverso dal nostro presente.

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